vincite al lotto - E il capitalismo italiano???

     
 

 
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 E il capitalismo italiano???
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mau
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Inserito il - 21/04/2011 : 18:04:07  Mostra Profilo Invia a mau un Messaggio Privato
Il capitalismo italiano sta attraversando una nuova importante fase di assestamento, che qualche commentatore definisce di cambiamento “epocale”, altri ancora definiscono di superamento dell’intreccio tra finanza e politica, altri di fine del “capitalismo relazionale”, altri ancora vedono addirittura il ritorno dello Stato con la “nuova IRI” rivisitata attraverso il decreto del Governo sulla possibilità da parte della Cassa Depositi e Prestiti (CDP) di assumere partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale, o ancora sul ruolo sempre centrale e crescente delle Fondazioni di origine bancaria.
I recenti casi, legati al tentativo di acquisizione di Parmalat da parte di Lactalis, la nuova governance di Telecom e delle Assicurazioni Generali, il nuovo ruolo della Cassa Depositi e Prestiti segnano senza dubbio una accelerazione verso assetti di capitalismo tesi ad obbedire, da un lato, alle leggi di mercato e dall’altro anche verso una nuova politica industriale, che si accompagna sia a nuove regole di governance (si vedano le recenti modifiche al regolamento che disciplina le offerte pubbliche di acquisto e di scambio - OPA- aprovate dalla Consob) sia a interventi normativi di tipo sistemico (individuazione di settori chiave da blindare, possibilità di interventi di partecipazione del “fondo sovrano” - nuovo ruolo della CDP -per la tutela di interessi strategici del Paese).

Ma in che cosa si deve vedere la tanto auspicata modernizzazione negli assetti e negli indirizzi strategici del nostro capitalismo? Me ne sono occupato più volte recentemente, in alcuni miei scritti (Le Banche e la crisi, Sviluppo e Stabilità). Voglio qui ricordare alcuni fatti ed alcuni concetti che aiutano a capire la sempre difficile transizione negli equilibri di potere economico-finanziari.

In Italia non abbiamo investitori istituzionali come i fondi pensione o i fondi di investimento “privati” di matrice anglosassone. Solo Banche e Fondazioni. Non a caso il ruolo delle Fondazioni bancarie è ancora fondamentale e di stabilizzazione degli assetti azionari sia nelle maggiori banche italiane sia prevedibilmente anche nelle assicurazioni: fondamentale è l’omogeneità dei fini per dare stabilità, che aiuta a puntare sullo sviluppo, e non il desiderio di scappare realizzando capital gain in modo più o meno rapido. Approccio che certamente le Fondazioni non hanno mai avuto e difficilmente avranno. Così come è rilevante il ruolo di Mediobanca, l’unica vera banca d’affari che può reggere il confronto competitivo con le omologhe banche d’investimento americane , inglesi e francesi.

Ma nello stesso tempo, e qui sta la maggiore novità per il capitalismo italiano, assistiamo anche ad una quota consistente di quote azionarie detenute da investitori internazionali in grandi società come appunto le stesse Generali, Mediobanca e Telecom, tali da far sentire la loro voce nella governance di tali società e certamente non disposti a considerare intoccabile il potere di azionisti che controllano da quote di minoranza le società.

Questo indubbiamente pone un problema di nuova contendibilità delle società quotate, dove la prassi dei mercati internazionali moderni impone anche nelle assemblee un confronto serrato sulla governance e sulle scelte strategiche di sviluppo di una società.

Sia ben chiaro, tuttavia, che la logica dei fondi stranieri a volte non è quella e sempre degli angeli salvatori o del “cavaliere bianco” che corre in soccorso delle imprese in difficoltà: le loro decisioni spesso sono dettate più da un ritorno a breve dei profitti che da una logica strategica di lungo periodo. Ma certamente sono un motivo in più di confronto anche per il nostro capitalismo di relazioni e di rapporti di partecipazioni fra diversi soggetti, che possono esprimere interessi diversi, quindi anche in conflitto con gli obiettivi dell’impresa e dei manager che la dirigono.

Deve essere altrettanto chiaro, a scanso di equivoci o false ipocrisie, che il capitalismo di relazione, o meglio , dal mio punto di vista, di “sistema” rappresenta anche un approccio positivo da gestire al meglio in una logica Paese: cosa fanno i francesi del resto? I francesi puntano, ad es., sulle acquisizioni in Italia perché siamo deboli, sotto il profilo della dimensione e del controllo familiare. Il loro invece è un sistema sofisticato, che va ben oltre la singola norma protezionista. Le loro decisioni sono il risultato di uno sforzo coordinato tra authority, forze politiche ed economiche, banche di “sistema Paese” che si muovono con l’unico obiettivo di tutelare gli interessi della Francia e per questo riescono ad agire con più facilità. Da noi invece non c’è un sistema Paese, manca il concetto di coesione economica e prevale un atteggiamento troppo personalistico.

Una strada per trovare il modo di rispondere con un’azione di sistema alle invasioni ostili straniere, è quella di aggregagre maggiormente le dimensioni ridotte delle aziende italiane rispetto ai veri grandi “player” stranieri, anche attraverso il ruolo delle cosiddette “banche di sistema”, o meglio, nell’approccio anglosassone, delle “house bank”.

In questo nostro modello, certamente pesa l’antico problema di un capitalismo senza capitali che vuole fare le acquisizioni prendendo in prestito i soldi da altri o attraverso la leva dell’indebitamento. Questo è un aspetto importante di snodo per i nostri assetti proprietari: chi investe deve sostenere la crescita delle imprese con il giusto apporto di capitale proprio.

Lo scenario sta cambiando nel mercato globale e, quindi, nei sistemi di governance delle imprese. E bisogna superare in questo caso una ossessione tipicamente italiana del “controllo” a tutti i costi di un’impresa, anche senza capitali di “ventura”. I problemi delle imprese italiane, grandi o di piccole e medie dimensioni che siano, sono strategici e strutturali, legati a risultati e alla gestione, alle quote di mercato e alla competitività.

Questo naturalmente si deve riflettere anche in un buon assetto di governance. Ad esempio, nelle grandi imprese quotate, il modello di public company può essere valido, in quanto solo l’azionariato diffuso permette una crescita lenta e costante, una stabilità, una buona reputazione.

Un azionariato diffuso è anche garanzia di separazione fra proprietà e management operativi. Tutto questo diventa complicato se un singolo azionista, peraltro già di per sé caratterizzato da incroci di interessi e parti correlate, ha una quota preponderante nell’azionariato.

In conclusione, tra Stato e Mercato, tra “campioni nazionali” e azionisti di riferimento, alla fine sono il bilanciamento dei poteri tra azionisti e il senso di vera “accountability” di chi deve governare le imprese ad essere fattori chiave per una reale modernizzazione del capitalismo.



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